Ti trovi in:

Home » Territorio » Storia » Conoscere il nostro paese e la nostra comunità » Fornace, il castello e la famiglia Roccabruna

Menu di navigazione

Territorio

Fornace, il castello e la famiglia Roccabruna

di Mercoledì, 26 Ottobre 2016 - Ultima modifica: Mercoledì, 15 Novembre 2017

1. Fornace: linee storiche generali

Stando all’analisi di reperti storici rinvenuti a Fornace e dintorni, il territorio del paese fu luogo di insediamento già in epoca romana, certamente a partire dal IV secolo. L’archeoastronomo Flavio Facchini (cfr. Facchini 1998) ipotizza però che la zona di “Lin-Prà del tor”, non distante da Pian del Gac’, sia stata abitata già dal 1000 a.C. circa. L’ipotesi si basa sul ritrovamento in loco (1985) di massi con coppelle troppo peculiari per essere di origine naturale. Su uno di essi le coppelle riprodurrebbero la disposizione delle stelle della costellazione della Corona Boreale e di Arturo, luminosissima stella della costellazione di Boote, per come esse apparivano nella volta celeste alle 23:59 del 31 marzo del 1000 a.C. Quanto al nome “Fornace”, già decenni or sono lo storico e studioso trentino di toponomastica Ernesto Lorenzi ne imputò l’origine all’antica presenza «di forni da calce, dove si cuociono i sassi calcarei, e di forni dove si cuociono i mattoni impastati con la creta non di forno da fondere il materiale metallifero» (Lorenzi 1939: 7). Suggestiva è l’ipotesi del Dott. Paolo Boschi, studioso di germanistica e linguistica anglosassone. Secondo Boschi, è in effetti possibile che “fornas” faccia riferimento alla presenza di un qualche tipo di fornace: il nome si presenta anche ad Ala, dove denota un gruppo di case, e a Volano, in un luogo in cui effettivamente esistettero fornaci per la cottura dei mattoni. Vicino a Vattaro è presente la località “forno”, nella Val dei Oveni (ags. “ofen”, medio ingl. “ouen”, ingl. moderno “owen”, cioè “forno”). “Fornace” è però anche il nome di un monte in Val di Bozzaga, nel gruppo della Vigolana (ags. “boz” = “baeth” = “corso d’acqua” e ags. “ag” = “aeg” = “area, zona”). “Forno”, vicino a Vattaro, indica una località nella quale la strada attraversa il torrente in due punti; a Volano, in località “Fornas”, la strada attraversa il torrente Labiol. Per “Fornace” una possibile spiegazione potrebbe essere la seguente: il nome antico, di origine longobarda, significa “torrente della strada”, “torrente fiancheggiato dalla strada”, con riferimento al sistema viario che si snoda lungo il Silla. Questa è la caratteristica ambientale che è più visibile e importante per chi si muove nell’Alto Medioevo. “Fornas” sarebbe così l’abitato che si trova in corrispondenza di quel tratto di Silla che è affiancato dalla strada. Su questo, cfr. ags. “for” = “faer” = “strada” e ags. “Nas” = “Nath” = “corso d’acqua”. Per assonanza, la popolazione neolatina associa il termine alla presenza di fornaci (lat. “fornax”). A titolo di eventuale comprova empirica di quanto sostenuto dal Dott. Boschi, occorre ricordare come millenni fa il fiume Avisio scorresse nei dintorni di Fornace, come dimostrato dal ritrovamento di pietre lisce da fiume in località Pianacci.

Ad ogni modo, secoli fa Fornace era conosciuto anche per l’estrazione argentifera che avvennne presso il monte Calisio (“Argentario”) dal XII al XVI secolo. Come Civezzano, Fornace fu luogo di occupazione longobarda nel periodo fra VI e VIII secolo. S. Martino di Tours (316-397), patrono di Fornace, è tipico della religiosità dei Longobardi. La documentazione oggi nota menziona Fornace per la prima volta in un giudizio di Trento datato 26 febbraio 845 (cfr. Gorfer G. 1998). Precisamente si cita un Ortari de Fornaces, presumibilmente il capostipite dei Roccabruna. Nel corso dei secoli, Fornace si dotò di regolamenti scritti per il governo del proprio territorio e delle risorse connesse. Il primo statuto codificato fu la Carta di Regola della Magnifica Comunità Pinetana (1429), comunità dalla quale Fornace si separò con rogito notarile il 29 aprile 1519. La separazione venne “sanzionata” con l’attribuzione a Fornace della ben nota (e lontana) zona della “Fornasa” (Monte Campo Larice, in Val di Fiemme) per l’esercizio dei diritti su legname, pascolo e selvaggina. Il 23 luglio 1573, Fornace si dotò di un suo regolamento: lo Statum Villa Fornacis. Domenica 16 settembre 1764 venne invece ufficializzato lo Statuto della Onoranda Comunità di Fornace e S. Steffano.

2. I Roccabruna

Secondo Ernesto Lorenzi, il nome “Roccabruna” deriverebbe dal colore delle pietre che ricoprono il monte di Nogarè, ossia dal «colore bruno del porfido che copre lo scheletro calcareo del luogo. Il nome passò poi al castello edificato dai signori di Fornace che lo tennero come feudo del Vescovato Tridentino» (Lorenzi 1939: 20). Tale ipotesi è sempre stata la più accreditata, sebbene Lorenzi in persona ne ammetta un grave difetto: nei documenti, il nome “Roccabruna” compare ancor prima dell’edificazione del castello di Nogarè, risalente al 1214: «Il castello o Rocca di Roccabruna fu edificato nel 1214. E nel 1189 [in un documento] è detto ‹quod Jacobinus de Rocabruna habet in Caldare›: il nome Roccabruna è dunque anteriore all’erezione del castello dello stesso nome, ed è originario di Fornace, e a Nogarè fu portato dalla famiglia nobile di Fornace» (Lorenzi, 1939). La certezza, quindi, è che il nome Roccabruna provenga da Fornace. Paolo Boschi tenta di rintracciarne le origini con una nuova ipotesi. “Roccabruna” rappresenterebbe un composto longobardo, dunque germanico. Nella traduzione dei nomi occorre perciò cominciare con l’ultimo elemento, per poi risalire al principio: “bruna” è l’ags. “brunna” o “burna”, che significa “sorgente” o “pozzo”. Tale termine non si riferirebbe al colore, perché il nostro dialetto non conosce il vocabolo “bruno” per indicare lo “scuro”: “bruno” è un termine di origine letteraria. “Rocca” è da collegare all’ags. “(stan)rocc”, che significa “pietra”, “roccia”: propriamente, il radicale di riferimento è quello rinvenibile nel verbo ags. “roccettan”, che indica “espandersi, alzarsi”. Significato complessivo di “Roccabruna” sarebbe dunque pozzo o sorgente sul o nel rilievo roccioso. A comprova di ciò, vicino all’attuale Castel Roccabruna di Fornace scorre un piccolo rivo.

Odescalco, vescovo di Trento dall’854 all’864, sarebbe stato un Roccabruna. Fornace, Civezzano, Meano e Pinè soggiacevano alla giurisdizione dei vescovi di Trento, che dal 1027 acquisirono il potere temporale con la costituzione del Principato vescovile di Trento, che perdurò sino al 1803, in epoca napoleonica. Anche dopo la Restaurazione (1815), tuttavia, i titoli di “Sua Altezza” e “Principe”, conferiti ai vescovi di Trento, vennero mantenuti. Soltanto nel 1953, per volere di Papa Pio XII, vennero aboliti. Il nome “Roccabruna” viene per la prima volta citato in un documento dell’aprile del 1189 riguardante una controversia fra l’allora Principe Vescovo di Trento e i Conti di Appiano: si tratta di Jacopino I Roccabruna, titolare di beni a Caldaro, oggi in provincia di Bolzano (cfr. Gorfer G.1998: 29-30). Un Oluradinus Roccabruna compare in un altro documento, risalente al 2 dicembre 1191, quale testimone di una lite fra il Principe Vescovo e i Signori di Caldonazzo. In un libro dei terreni coltivati e dei redditi fondiari – un cosiddetto urbario vescovile – si citano un Pegorario e un Giordano Roccabruna. La linea Roccabruna di Fornace compare già dalla seconda metà del XII secolo con il nome di Gandolfino I (Gandolfinum de Fornasio), citato in alcuni documenti di Trento assieme alla chiesa di S. Martino (ecclesiam S. Martini de Fornasio), appartenente alla pieve di Pinè (Plebi Pinedi). Gandolfino fu protagonista del primo incastellamento dei Signori di Fornace, incastellamento che avvenne a castel Belvedere, anticamente situato sul dosso tra Vigo e Montagnaga e chiamato anche castello della “Mot”, termine che tra i significati ha anche quello di “dosso”. Per un certo periodo, quindi, Pinè cadde militarmente sotto l’influenza dei Signori di Fornace. L’incastellamento, cioè l’edificazione di castelli in qualità di residenze feudali o villaggi fortificati, era all’epoca un fenomeno assai diffuso, specie come fronte difensivo da eventuali invasioni barbariche. Il primo castello a prendere il nome dei Roccabruna fu quello di Nogarè nel 1214 («Roca de Rocabruna et in villa Nogaredo»), grazie ad un accomodamento firmato presso il palazzo vescovile di Trento al cospetto di un’insigne assemblea (cfr. Lorenzi 1939: 20). Il documento affidò il castello ai Roccabruna quale feudo (feudum) del Principato vescovile di Trento. Si trattava di un giuramento di fedeltà: i Roccabruna avrebbero amministrato il castello nogarese garantendogli difesa e custodia, come promisero solennemente Pegorario, i nipoti Enrico e Gabriele, e Marsilio fratello di Gandolfino I. La promessa venne fatta al cospetto del Principe Vescovo Friedrich von Wangen (Federico Vanga, XII sec.-1218), che resse il Principato vescovile dal 1207 al 1218. Con il giuramento, il castello e i diritti connessi non sarebbero potuti essere venduti o alienati. Verso la metà del XIV secolo le truppe di Jacopo da Carrara (1264-1324), signore di Padova, occuparono la struttura. Più tardi lo avrebbe fatto anche Enrico Pophinger, capitano generale del Tirolo, per conto di Ludovico V di Baviera (Ludovico di Brandeburgo, 1315-1361), duca di Baviera, margravio di Brandeburgo e conte del Tirolo. Il Principato vescovile di Trento, esteso dall’attuale Provincia di Trento fino a parte della Provincia di Bolzano, venne confederato dal XII secolo nell’antica Contea del Tirolo, protrattasi dal XIII al XVII secolo e istituita formalmente nel 1259 con Meinhard II (Meinardo II di Tirolo-Gorizia, 1239-1295). Nel 1803 il Principato subì la secolarizzazione per volere di Napoleone, che lo annetté al Regno di Baviera prima (1803-1810) e quello d’Italia poi (1814). Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione (1815), il Vescovo rinunciò a riavere i possedimenti, ma i titoli di “Principe” e “Sua Altezza” sarebbero venuti meno soltanto nel 1953, per volontà di Papa Pio XII.

La rocca di Nogarè non era destinata a vita gloriosa: nel 1357, sindaco e maggiorenti della Comunità Pinetana la acquistarono da Ludovico di Brandeburgo per 290 fiorini d’oro. Una volta acquistata, i Pinetani la abbatterono («dextruxerunt», Lorenzi 1939: 20) e i terreni agricoli adiacenti vennero lottizzati. Stessa sorte era toccata qualche decennio prima a castel Belvedere. I piani di estensione di potere dei Roccabruna sul pinetano e sul perginese vennero così ridimensionati. Come indicato da Gorfer, il primo divenne il nuovo “quartier generale” dei Roccabruna nella zona e prese il nome di castel Roccabruna, mentre il secondo venne ceduto, entro la metà del XVI secolo, ad altra famiglia. Nel XIII secolo la famiglia Roccabruna appariva divisa in cinque rami: Belvedere, Civezzano, Fornace, Magnago, Seregnano. Il ramo più longevo fu quello di Fornace. La famiglia nobiliare si estinse definitivamente il 17 agosto 1735 con la morte di Giacomo VIII, privo di figli, ma il nome era ormai già stato assunto da alcuni contadini. Il castello di Fornace, palazzo Roccabruna di Trento e i beni annessi passarono ai baroni Gaudenti, poiché Anna Caterina, sorella di Giacomo, aveva sposato un Gaudenti. I Gaudenti assunsero il nome Roccabruna, inquartandone lo stemma.

Immagine decorativa

Lo stemma dei baroni Gaudenti-Roccabruna situato sopra la porta-torre del castello di Fornace: il veltro rampante dei Gaudenti e torre Roccabruna.

Ma di che cosa vivevano i Roccabruna? Emblematica la risposta indicata dalle fonti storiche, così riassumibili: nel corso del tempo, la famiglia giunse complessivamente a possedere edifici a Trento, a guadagnare un monumento tombale nel duomo di Trento e a ottenere controllo su un territorio esteso da Fornace, Nogarè e Pinè alla Valle dell’Adige, dalla collina di Trento alla Val di Non e alla Val di Sole. Nel XIV secolo i Roccabruna avevano in feudo dal vescovo conte di Feltre la decima di masi in Covelo e in altri luoghi. Nel 1466 Giacomo Roccabruna ottenne a Feltre l’investitura vescovile delle decime di Nogarè. Tra XIV e XV secolo, il Principe Vescovo di Trento Giorgio di Liechtenstein (1360-1419) investì la famiglia dei feudi di Magrè, del fu castel Bosco, dei Plebati di Pinè, Tassullo e Cles, di Ravina, del Lago delle Cannelle e di numerose altre decime e diritti. Giacomo sposò Fiorella di Madruzzo, ottenendo nel 1389 anche castel Madruzzo, poi passato al figlio e quindi al nipote, che nel 1441 se ne sbarazzò vendendolo a Sigismondo Stetten di Carinzia, capitano a castel Segonzano. Periodi di indebitamento a parte, la famiglia poté vivere grazie ai balzelli (tasse) imposti anche ai contadini liberi, nonché a diritti e proprietà elencati in un documento redatto per il rinnovo dell’infeudazione nel 1664 su istruzione del Principe Vescovo Sigismondo Francesco d’Asburgo-Tirolo (1630-1665): castel Roccabruna, i feudi di Magré, castel Bosco, Civezzano e Pinè; decime a Cembra, Civezzano (Barbaniga, Casalino, Mazzanigo), Fornace, Lona, Pinè, Seregnano; arimannie (censi dovuti al sovrano in segno di sudditanza) in Cadine; Lago delle Cannelle; onoranze e diritti di caccia e pesca a Pinè e Civezzano; la decima del lino, della biava, dei legumi, delle rape e altro; terre a Roverè; tre masi ad Albiano, due a Fornace, uno a Nogarè.

Sembra che i Roccabruna andassero molto fieri della loro nobiltà. Una fierezza motivata, se si pensa per esempio alla straordinaria figura di Gerolamo II Roccabruna (1525-1599), che, assieme al fratello Giacomo IV, capitano di castel Selva, tentò di restaurare la fortuna del suo casato. Tale Gerolamo non deve confondersi con altri membri illustri della famiglia, per esempio il Gerolamo figlio di Giacomo morto nel 1515 e il Gerolamo morto nel 1670, entrambi titolari di una tomba presso la chiesa di S. Antonio di Fornace (cfr. Bettotti 1998). Gerolamo II fu consigliere dei cardinali Cristoforo (1512-1578) e Ludovico Madruzzo (1532-1600), che gli avrebbero conferito la dignità di arcidiacono nel capitolo della cattedrale di Trento. Gerolamo ricevette in assegnazione la parrocchiale di S. Martino, le prebende di diverse parrocchie trentine, venne nominato canonico nel capitolo della cattedrale di Bressanone e Sommo Scolastico, grado assai elevato nella gerarchia ecclesiastica tridentina. Tra il 1557 e il 1559 egli acquistò alcuni edifici a Trento, accorpandoli in quello che nel 1562 divenne Palazzo Roccabruna. Gerolamo ebbe anche l’onore di accompagnare il card. Cristoforo Madruzzo in Spagna per una cerimonia solenne. Poiché il cardinale era spesso a Roma, era Gerolamo a detenere a Trento il sigillo e la firma degli atti. Nel 1583 Gerolamo sfidò il Principato vescovile, contestandone il potere sul castello di Fornace, che egli dichiarò feudo estinto. La questione sarebbe finita davanti ai giudici della Camera imperiale, il più importante tribunale del Sacro Romano Impero. Gerolamo vinse la controversia giuridica: il castello era proprietà libera da ogni vincolo, dunque piena proprietà della famiglia. Successivamente, il Principe Vescovo Antonio Domenico dei Conti Thun, Vescovo di Trento dal 1730 al 1758, lo avrebbe fatto occupare.

3. Il castello di Fornace: l’affascinante eredità di una sontuosa struttura

Secondo gli storici, i vari castelli posseduti dai Roccabruna furono non manieri bellici, quanto punti fortificati in stile romanico, filtri di strade intervalligiane, sedi residenziali e centri di amministrazione rurale, civile e fiscale. Nessun Roccabruna intraprese la carriera militare. Nella loro storia, i Roccabruna furono “possessori” di ben cinque castelli: Castel Belvedere, distrutto nel XIII secolo; la Rocca di Nogarè, smantellata nel 1357; Castel Seregnano, passato nel XVI secolo ai Signori di Seregnano; Castel Bosco, distrutto, la cui massima fioritura avvenne nel periodo di estrazione dal Monte Calisio; Castel Fornace. Castel Fornace venne occupato almeno due volte: una, per volontà del Principe Vescovo Thun; l’altra, da parte delle truppe napoleoniche. Una tradizione nota ad alcuni anziani di Fornace ricorda come le truppe di Andreas Hofer (1767-1810) si trovassero un giorno sulla piazza davanti al castello impegnate a preparare un pasto composto da polenta e luganeghe. Vedendo giungere le truppe napoleoniche dalla direzione del capitello di Seregnano, i soldati di Hofer abbandonarono il luogo e si ritirarono a Piazzo (Spiaz, frazione di Segonzano), ove organizzarono un’eroica e vincente difesa. In principio, nel XII secolo, il castello di Fornace non veniva menzionato come castrum (“castello”). Nella forma di castello esisterebbe solo dal XIV secolo. Già nella prima metà del XIV, Giacomo del fu Cristoforo Roccabruna si adoperò per alcuni rifacimenti, ad esempio installando alcune architravi del piano nobile (cfr. Gorfer G. 1998: 36-37). Nella seconda metà del XVI secolo, il castello venne riedificato fino ad assumere una veste sontuosa. Il dosso che lo ospita tuttora venne fatto spianare dai fratelli Gerolamo e Giacomo. All’epoca non esistevano né la chiesa parrocchiale, né il campanile: a troneggiare sul paese era invece un mastio di 30 metri d’altezza. Il castello era cinto da mura parzialmente in porfido e una gradinata conduceva il popolo ad un’apposita porta. Tre epigrafi marmoree in latino, datate 1566, testimoniano l’opera dei due fratelli Roccabruna:

  • Epigrafe di sinistra: «Questa torre, innalzata dalla gente Roccabruna, crollata per vetustà e per l’insulto del tempo, rimasti saldi i suoi fondamenti, Gerolamo canonico di Trento e Bressanone, consigliere ed economo degli illustrissimi principi signori Cristoforo e Ludovico [Madruzzo], cardinali di Santa Romana Chiesa restituì, ricostruita alla sua famiglia, [nel] 1566».
  • Epigrafe di centro: «Questa torre (...) Gerolamo canonico (...) e Giacomo capitano di Levico, fratelli, restituirono, ricostruita, alla loro famiglia, [nel] 1566».
  • Epigrafe di destra: «Gerolamo di Roccabruna canonico di Trento e di Bressanone e Giacomo, suo fratello, figli di Baldessare, ricostruiti i superstiti avanzi del castello di famiglia, questo monumento posero per ricordare ai posteri l’avvenimento, [nel] 1566».
Immagine decorativa

Le tre preziosissime epigrafi marmoree risalenti al 1566.

Gorfer commenta come verosimilmente il castello non versasse certo in condizioni ottimali, ma come probabilmente Gerolamo e Giacomo abbiano esagerato la descrizione della loro opera di restauro per ottenere più fama presso i posteri (cfr. Gorfer G. 1998: 38-39). I lavori furono supervisionati da architetti lombardi. Il castello giunse a occupare l’intera area del dosso, nel cui perimetro sarebbe esistita una piccola chiesa dedicata a S. Martino di Tours sin dal 1160, proprietà del capitolo della cattedrale di Trento e filiale della pieve pinetana. Successivamente, la corte fu abbellita con portico e loggia, loggia che nel XVIII secolo venne chiusa per ottenere spazi abitabili. Un’antica fontana centrale, forse ancora presente nel 1873, è oggi situata a Villa Salvadori di Gabbiolo (Povo). I residui di un vecchio caminetto sono stati spostati a Trento. Dopo i Roccabruna, il castello passò ai conti Gaudenti. Ai Gaudenti seguirono i conti Giovanelli.

Immagine decorativa

Castel Roccabruna e i “cormei” di Fornace in un disegno a punta d’argento composto dalla celebre disegnatrice austriaca Johanna von Isser Grossrubatscher (1802-1880) nel 1837.

Dell’antico splendore rimaneva modesta conservazione – la parte quattrocentesca dell’angolo di nord-est era parzialmente crollata – quando i de Giovanelli cedettero il castello al Comune per 3.300 fiorini il 23 maggio 1853. Il documento di compromesso di compravendita era stato stipulato il 9 marzo 1851 tra Francesco Moar, procuratore del conte Giuseppe Giovanelli, e Giacomo Lorenzi, Domenico Girardi e Antonio Pisetta, rappresentanti del Comune di Fornace. L’edificio occupava ancora tutto il dosso e comprendeva il mastio. Dell’antico edificio, il Comune prese a cura soltanto alcune zone che l’amministrazione di allora adibì a scuola, sede comunale e canonica. In pratica vennero risparmiate le ali di mattina e mezzogiorno. Ancora a metà Novecento, il castello avrebbe ospitato municipio, canonica, caseificio, magazzino dei pompieri, ambulatorio medico, cassa rurale (prima sede) e sala del coro. La parte dell’angolo di nord-est giaceva in condizioni critiche. Nel corso di un rigido inverno nella seconda metà dell’Ottocento, il Comune autorizzò le famiglie povere del paese a prender legna dalle travi del coperto e dei piani divisori: vari affreschi, tra cui uno del 1540 attribuito a Domenico Riccio “Brusasorci” (1516-1567), andarono distrutti. Ne scomparve un altro, assai grande, situato sulla parete del castello che dà sull’attuale via del Cortiveder: esterno ed esposto pertanto alle intemperie, rappresentava l’inquartamento dello stemma dei Roccabruna con quello dei de Mozzi di Vigalzano. Nel 1854 l’Amministrazione Comunale diede avvio a lavori di demolizione per edificare la chiesa parrocchiale, progettata dall’arch. Ignazio Liberi. Vennero abbattute le cinta murarie, la zona semi-crollata, la merlatura cinquecentesca e la zona della “portona”, ovvero l’ingresso del complesso castellano, un tempo situato all’inizio dell’attuale salita che conduce alla chiesa e al castello. L’ala nobile del castello, attuale sede municipale, fu abbassata di un piano. La calce ricoprì numerosi affreschi. Il mastio, già in condizioni non ottimali, crollò per la manipolazione umana dei sassi posti alla sua base e sotto il peso delle campane ivi appese prima dell’edificazione del campanile. Salvo la parte destinata a muro maestro della chiesa, l’ala di sera venne abbattuta. Il parroco don Antonio Schmidt scrisse una vibrante lettera di protesta al Comune per il trattamento subito dal castello. Alcune tele un tempo esistenti nel castello sono oggi conservate presso Villa Margon, a Ravina. Una zona del castello fu adibita a canonica fino al 1978: al suo ingresso, una scritta assai esplicita indicava al popolo di fare attenzione agli ipocriti, che lodavano le persone in loro presenza, ma le denigravano in loro assenza! Come per ogni castello che si rispetti, anche Castel Roccabruna possiede le proprie leggende, come la presenza del fantasma di Ortari e l’esistenza di un condotto di fuga dal castello a Palazzo Salvadori, nonché di un pozzo per i condannati a morte sulla soffitta. La chiesa divenne attiva nel 1858. Nel 1905 venne ultimato il campanile, di 48 metri d’altezza. Per una lite connessa alle spese per la costruzione del campanile stesso, la famiglia Salvadori decise di andarsene da Fornace e vendette l’omonimo palazzo e tutti i terreni dei “Fondi” all’Amministrazione Comunale. La zona castellana sopravissuta venne destinata a canonica, scuola elementare, sede comunale, cassa rurale, sede del coro parrocchiale, caseificio, ambulatorio medico, magazzino dei pompieri. Casa ACLI e oratorio sorsero a “riempire” la piazza fra il 1948 e il 1954, sotto la guida del benefattore don Giovanni Anesi. Chiesa e campanile furono i frutti di un appassionato lavoro di volontariato svolto in gran parte dalla popolazione di Fornace. Il Ferdinandeum Museum di Innsbruck custodisce l’originale del tributo che decanta i meriti per la costruzione del nuovo luogo di culto:

La popolazione di Fornace saluta l’Alba fioriera del giorno 22 agosto (1858) in cui per Delegazione di S.A. il Principe Vescovo di Trento Giovanni Nepomuceno. Il molto Reverendo Decano Nobile Signor Don Francesco Antonio De Bevilacqua Parroco di Civezzano inaugura “Il Tempio Novello Dedicato a S. Martino”. Eretto per la pietà degli abitatori di Fornace tributanti un voto di gratitudine perenne ai propri Concittadini. Giacomo Scarpa, Giacomo Lorenzi, Eugenio Vicentini, infaticabili all’opera ed alla Comunale Rappresentanza.

 E, in una pergamena a stampa sempre dell’agosto del 1858 (Gorfer G. 1998: 43):

Là dove un giorno torreggiava a Cavagliere di piccola altura la neveggiante Rocca Feudale; là dove un giorno forse, il cupo Barone meditava torbidi pensieri di stragi e di rapine, là dove forse pensavansi e compivansi opere tenebrose e di iniqui raggiri, là dove il guardo del viandante e dell’agricoltore appena ardiva alzarsi per terra di inforcellare il disegnoso cipiglio del nobile tiranno, la di presente il vedusto castello, deposte le solite forme veste eleganti proporzioni, la le opere esterne di fortificazione, le immane murarie, le tetre e immense abitazioni diedero luogo al Tempio Novello, che ben da lungi scorgersi gentile, nelle forme, distinte per solidità. Ove echeggiavano le trombe ora squillano i sacri bronzi, al ronco allarme degli armigeri, succede il grave e lento salmeggiare; al grido di guerra, le preghiere, alla ferocia la pietà. Il volgere degli anni le modificazioni di leggi, usi, e costumi portavasi fatta mutazione di case. Ripetasi l’operosità è maestra di virtù; in pochi Concittadini sorse l’idea di un Tempio Novello: tattica, diligenza, assiduità, perseveranza, tutto misero in opera.. e il Tempio è sorto. La gratitudine in un popolo intero conserva questo foglio a duratura rimembranza del fatto ed ai zelantissimi promotori, ricorda il verso del celebre Gozzi la dove vergava l’età future.

Il castello fu oggetto di restauri anche nel Novecento, dagli anni Settanta ai primi Novanta. Grazie ad essi, il castello giunse ad acquisire le eleganti sembianze attuali. Il restauro più recente fu finanziato dalla Provincia Autonoma di Trento e diretto dall’arch. Roberto Codroico. Un grandissimo ruolo nella volontà di conservare il castello fu giocato, negli anni Settanta, dall’assessore provinciale Guido Lorenzi, originario di Fornace, e dall’allora sindaco Livio Stenico, positivamente supportato dall’amministrazione comunale dell’epoca. Lorenzi e Stenico, peraltro, furono anche promotori del recupero della chiesa di S. Stefano, che negli anni Settanta versava in condizioni tutt’altro che ottimali. Lorenzi, ancora, va ricordato quale artefice del recupero della meravigliosa tela di S. Martino di Tours, oggi ospitata presso la sala del consiglio comunale. Inizialmente, la tela ancora rovinata venne spostata presso il Buonconsiglio a Trento. Successivamente, il sindaco Marco Stenico ne ordinò il restauro e il ritorno a Fornace. La ristrutturazione del castello si protrasse fino al 1989. Dal 1992 castel Roccabruna è prestigiosissima sede municipale. Una lunga linea di lavori, ripristini e rimodellamenti lega dunque mentalmente gli antichi nobili abitanti del castello alle moderne amministrazioni comunali. Dell’antico castello rimangono oggi la porta-torre, l’ala orientale, un angolo di corte a portico e loggia. Due feritoie rettangolari e strombate si spalancano ai lati della porta-torre, sulla facciata della quale si trovano due mensoloni calcarei per appoggiare la caditoia per la difesa del castello. L’orologio solare, restaurato, risale a tempi antichi. Sulla grande facciata dell’ala di mattina, che ogni dì osserva il sorgere del Sole, si scorgono ancora le tracce della merlatura precedente al rifacimento cinquecentesco.

Immagine decorativa

Uno scorcio su castel Roccabruna, oggi.

BIBLIOGRAFIA

Baglioni, Jolanda

1931 «Genealogia della famiglia Roccabruna». Studi Trentini di Scienze Storiche, XII, 2: 114-127.

Bettotti, Marco

1998 «I Roccabruna a Fornace: origini della famiglia e conduzione del patrimonio tra Duecento e Trecento». In: Il Castello Roccabruna a Fornace. A cura di Nino Forenza e Massimo Libardi. Pergine: Associazione “Amici della Storia”: 87-121.

Facchini, Flavio

1998 «3000 anni fa: testimoni le stelle». In: Il Castello Roccabruna a Fornace. A cura di Nino Forenza e Massimo Libardi. Pergine: Associazione “Amici della Storia”: 221-229.

Gobbi, Domenico

1987 Fornace e i signori Roccabruna. Trento: Grafiche Artigianelli.

Gorfer, Aldo

1958 Castelli del Trentino. Trento: Monauni.

1987 I castelli del Trentino: 2: Valli del Fersina e dell’Avisio, Valsugana e Primiero. Trento: Saturnia.

Gorfer, Giuseppe

1998 «Il Castello di Fornace». In: Il Castello Roccabruna a Fornace. A cura di Nino Forenza e Massimo Libardi. Pergine: Associazione “Amici della Storia”: 27-64.

Lorenzi, Ernesto

1939 Fornace: toponomastica-onomastica. Trento: Scuola Tipografica Artigianelli.

https://it.wikipedia.org/wiki/Regno_longobardo

https://it.wikipedia.org/wiki/Conti_del_Tirolo

https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Pergine

https://it.wikipedia.org/wiki/Fornace_(Italia)

Il sindaco,

Mauro Stenico

Questionario di valutazione
E' stata utile la consultazione della pagina?
E' stato facile trovare la pagina?

Inserisci il codice di sicurezza che vedi nell'immagine per proteggere il sito dallo spam