Il porfido costituisce un tipo particolare di roccia vulcanica appartenente
alla cosiddetta “piattaforma porfirica atesina”, enorme complesso di rocce
vulcaniche che si estende nella regione Trentino Alto Adige. Queste rocce,
estremamente varie e differenziate, sia come composizione chimica che come
modalità di formazione, sono conseguenza di un'intensa attività vulcanica,
sviluppatasi con eruzioni lineari attraverso numerose fratture, iniziata 260
milioni di anni fa, nel Permiano inferiore, e proseguita per parecchi milioni
di anni con un continuo ripetersi di fasi eruttive e fasi di stasi.
Fra le varie modalità di deposizione di queste rocce particolare importanza
assumono le cosidette ignimbriti, in quanto sono queste che hanno dato origine
al “porfido”.
Si tratta di colate di miscele liquide – gassose con spessori variabili
generalmente da 5 a 20 metri e con un chimismo abbastanza costante, fino a
costituire la cosiddetta unità ignimbritica, che raggiunse centinaia di metri
di spessore.
Il porfido attualmente coltivato è limitato ad una di queste unità
ignimbritiche (classificata come ignimbrite riolitica), caratterizzata da
fessurazione verticale e da frattura di percussione molto nette, indispensabili
per la lavorazione del “porfido”; lo spessore coltivabile, data la mancata
lastrificazione, è di circa 100 – 200 metri.
L’attività
estrattiva costituisce un comparto di una certa rilevanza nella
provincia di Trento sia sotto il profilo territoriale che sotto il
profilo economico.
In
particolare nella Bassa Val di Cembra e sull’altopiano di Piné,
la presenza di giacimenti di porfido ha favorito la nascita di
un’intensa attività di estrazione e lavorazione di questo
materiale e portato allo sviluppo di un seppur informale distretto
economico di tipo primario.
Grazie
all’evoluzione delle tecniche di escavazione, al passaggio da
metodi di lavorazione di tipo artigianale ad altri di tipo
industriale ed a una concomitante espansione del mercato, questo
settore negli ultimi trent’anni ha evidenziato un progressivo
aumento della produzione e dell’occupazione, imponendosi come
modello economico locale, in grado di avere forti ripercussioni sulla
zona, quali la sostituzione delle tradizionali attività
produttive, un freno al fenomeno dell’esodo delle forze lavoro e
non, e il rilancio dell’economia dell’intera zona.
La
forte crescita e l’accentuata espansione di questa attività
ha evidenziato molteplici ed importanti riflessi, tanto di ordine
economico, quanto di ordine sociale ed ambientale.
La
conoscenza del porfido è di antica data; infatti fin da epoca
romana il porfido rosso (così definito a causa del suo color
rosso porpora) assunse un ruolo di grande prestigio e dignità
regale, tanto da definire “porfirogenito” il figlio
dell'imperatore, che per motivi beneaugurali doveva nascere in una
stanza completamente rivestita di questa pietra. Fino al 500 d.C.
proveniva quasi esclusivamente da cave situate nel deserto egiziano e
veniva impiegato per costruire e rivestire i monumenti più
importanti dell'Impero Romano.
Richiami
frequenti si presentano in epoca rinascimentale perchè la
durezza della pietra mise a dura prova gli strumenti degli scultori,
compresi maestri del calibro di Leon Battista Alberto e di
Michelangelo Buonarroti.
Già
nel 1579 dai “Capitoli Addizionali”agli “Statuti della
comunità di Pinè” si rivela una precoce valenza
pubblica ed economica del porfido, allo stesso modo alcune
controversie tra Conte del Tirolo e Principe Vescovo di Trento
sottolineano il crescente interesse per questa “vil materia”. Si
registrava infatti la presenza di diverse cave in località S.
Mauro, dalle quali si estraeva materiale da impiegare “nella
copertura dei fabbricati; le laste più grandi si mettono di
preferenza nei pavimenti”.
In
Trentino, dunque, il porfido venne dapprima utilizzato come pietra da
costruzione ed in seguito quale manto di coperture di tetti degli
edifici, impiegando lastre grossolanamente lavorate di spessore
sottile; la pavimentazione di cucine, “are” ed aie avvenne in un
momento successivo e contemporaneamente si iniziarono a posare le
principali strade con ciottoli e pietre di porfido, fino a costruire
ottimi selciati.
Un'occasione
per estendere l'utilizzo del porfido fu senz'altro la costruzione
della strada Gardolo – Albiano – Lases nei primi anni del 1900;
in questi lavori si misero in luce lastroni di porfido in vario
spessore, che vennero utilizzati per la creazione di muri di
sostegno, cordonate e paracarri.
La
prima concessione di una cava avvenne nel comune di Albiano nel 1911
e fu ottenuta da Giuseppe Cognola; dopo la prima guerra mondiale
riprese l'attività di estrazione in maniera sporadica nelle
zone di Fornace e di Albiano dove gli ingegneri Tschurtschenthaler e
Brandolani ottennero concessioni per iniziare lo sfruttamento in
maniera più estesa. Ben presto altre aziende e cooperative li
seguirono sempre nei comuni di Albiano, Fornace e Pinè tramite
concessioni di escavazione e lavorazione.
Il
ciclo di produzione avveniva in tre fasi abbastanza ben distinte: il
distacco dalla parete (abbattimento), la prima selezione ed il
trasporto (cernita), ed infine la lavorazione. Tutto il processo si
sviluppava artigianalmente, dall'estrazione a cielo aperto e senza
esplosivo, alla lavorazione, su banchi di pietra dove si posava il
materiale che, operando con mazze, scalpelli e mazzette di ferro,
veniva trasformato in cubetti, binderi e piastrelle.
I
primi progressi tecnologici risalgono agli anni Trenta, soprattutto
per il trasporto grazie all'avvento dei primi camion, inoltre si
introdussero i primi sistemi esplosivi con la tecnica della “mina a
fornello”(stol).
Il
“stol” consisteva nel praticare ai piedi del fronte cava una
galleria molto stretta e bassa, lunga circa 10 metri (diretta), in
fondo alla quale ad angolo retto partivano due traverse (cianche), al
termine delle quali veniva formato un pozzetto in cui era posto
l'esplosivo. Questa tecnica permetteva di abbattere un volume di
roccia maggiore.
Fino
ai primi anni Sessanta la maggior parte delle ditte appartenevano a
società extra – provinciali, ma la crescente importanza di
questo settore spinse le amministrazioni cumunali a preferire, a
scadenza dei contratti di concessione in orgine stipulati,
cooperative e ditte locali.
In
questa fase storica, che va dalla fine degli anni sessanta fino agli
anni ottanta, avviene il superamento del fenomeno cooperativistico,
che aveva contraddistinto il periodo precedente e si assiste alla
nascita di tante imprese individuali e di società costituite
da operatori locali.
In
questo periodo, inoltre, si è assistito al secondo progresso
tecnologico con l'introduzione di pale meccaniche, camions, martelli
pneumatici ecc. fino a giungere, negli anni Settanta, al costante
utilizzo delle macchine di taglio meccanico dei cubetti e delle
piastrelle. Anche il metodo delle mine a fornello venne sostituito
con la tecnica delle mine piane. Si è di fronte al più
significativo espandersi di questo settore.
Dagli
anni Ottanta in poi le imprese si sono ulteriormente rinnovate
attrezzando moderni laboratori per la produzione di prodotti finiti a
più alto valore aggiunto, ampliando notevolmente la gamma
dell'offerta.
Nascono
così accanto all'azienda produttiva delle vere e proprie
strutture di sostegno, i Consorzi, che svolgono funzioni di primaria
importanza come la regolazione della domanda – offerta, il
contributo all'informazione, alla promozione e all'assistenza.
In
Trentino la coltivazione del porfido, che in partenza era attività
di tipo artigianale e subordinata all’attività agricola, cui
costituiva semplice forma d’integrazione, ha costituito un volano
di crescita inesauribile, tanto dal punto di vista sociale, quanto da
quello economico per tutte le comunità di riferimento. La
forma industriale, che caratterizza il nostro tempo, ha in breve
imposto il settore del porfido come modello economico in grado di
sostituire le tradizionali attività economiche, arginando la
fuga delle forze lavoro dalla valle verso la città e dando un
nuovo impulso ed una nuova impostazione all’economia dell’intera
zona.